Gruppo Consiliare Federazione della Sinistra

Relazione introduttiva di Giacomo Casarino al congresso Genovese della Federazione della Sinistra

Novembre 18th, 2010 Posted in Senza categoria

RELAZIONE INTRODUTTIVA I CONGRESSO PROVINCIALE FEDERAZIONE della SINISTRA – GENOVA

Non relazione (andava discussa e concordata), ma primo intervento, spero stimolante per una discussione che per la prima volta facciamo tra di noi: altrimenti mi scuserete.  Ho saputo solo ieri che avrei dovuto tenere l’intervento introduttivo.
Prima del documento, fissiamo un attimo l’attenzione su questo Congresso, su come ci si presenta. Salta agli occhi la incongruenza, la discontinuità tra il testo del documento, emendabile in via di diritto, e la platea nazionale nominata per cooptazione. E’ vero, la pariteticità o la proporzionalità tra le varie componenti fondatrici, come nel nostro caso, sono passaggi ineliminabili in un processo aggregativo o federativo. E però in questa situazione per gli emendamenti non centralizzati (presentati da membri del CN), nella loro presumibile eterogeneità, si sconta la conseguenza che difficilmente potranno coalizzarsi e pesare.
E’ vero, l’onere di avviare il processo federativo se l’è assunto (e forse non poteva essere altrimenti) il gruppo dirigente nazionale, benché sconfitto per due volte alle elezioni e di fatto dimissionato. Ad esso la scommessa di accendere il motore di avviamento. Bisognerà vedere se la macchina si metterà in moto e se permarrà in tale stato, al di là, dopo  possibili elezioni politiche ravvicinate.
La stessa composizione interna del futuro organismo nazionale, che riserva solo il 10% ai non iscritti,  ci dice che l’obiettivo è tutto interno all’insieme delle quattro forze organizzate (PRC, PdCI, Socialismo 2000, Lavoro e Solidarietà). L’apertura che anni fa si prospettava, quando esisteva su scala nazionale il Forum per la Sinistra Europea- Socialismo XXI, si è cautamente rinchiusa.
Le aree (intellettuali, delle professioni), che pur puntano ad un soggetto anticapitalista, autonomo dal centrosinistra non mi pare siano state coinvolte nel processo, e neppure le più significative lotte operaie presso le quali ci rechiamo a fare opera di testimonianza.
L’impressione è quella, appunto, della cautela, dei piccoli passi, della sperimentazione. Quasi, se mi permettete, un Congresso numero zero, di prova , demandando ad altro tempo la “vera” fondazione, magari nella forma dell’unità dei comunisti (formula, secondo me, assolutamente priva di significato e di efficacia, viste le visioni divaricate che del comunismo sono presenti nelle due forze, PRC e PdCI e all’interno di esse).
Questo Congresso, questa Federazione, si dice, è oscurata dai media: ma non facciamoci ombra più di tanto di questa innegabile verità: se noi avessimo un’idea-forza  che ci rendesse una novità vera, riconoscibile, l’avremmo urlata, avremmo in parte neutralizzato la fascinazione distorta e perversa che ha per oggetto il compagno Nichi Vendola.
La conferma mi viene dallo stesso volantino con cui abbiamo convocato la conferenza-stampa, un testo che avrebbe potuto sottoscrivere anche Antonio Di Pietro. Invece, attorno a noi prevale l’immagine di una forza residuale, su cui non val la pena investire ( i sondaggi ci danno al massimo al 2,5%), di una testimonianza ideologica sterile.
Sappiamo che così non è: molecolarmente siamo presenti in tante lotte di quartiere, di fabbrica ed altrove.
Ora siamo chiamati a pronunciarci su un documento politico: la sua forma, la sua struttura è sostanza tanto quanto i contenuti. Che cosa abbiamo di fronte? Secondo me, qualcosa che sta a mezzo tra il “manifesto dei valori” (l’hanno fatto sia il PD che SEL) ed un programma, che non saprei se definire di medio termine oppure una piattaforma elettorale, testo scandito più sull’elencazione per punti che non articolato in una “narrazione”, in un ragionamento analitico che metta a fuoco le tendenze, gli scenari possibili ecc. E’ efficace?, è attrattivo? Se lo scopo è quello di rendere omogenei, non contradditori in maniera eclatante (pensiamo alle varie posizioni assunte dai nostri eletti, qui a Genova, su gronda, gassificatore, fusione IRIDE-Enea), forse esso va bene, è utile.
Ma noi non nasciamo (anche qui smentitemi) per dare una rappresentanza istituzionale a “quello che c’è”, ma per un obiettivo più ambizioso: per costituire, per ricomporre il popolo di sinistra in una sua identità conflittuale. Un nuovo movimento operaio, dove per operaio non s’intende volgarmente chi lavora in fabbrica, non è sinonimo di “fabbrichi- sta” .
Nasciamo per promuovere come Federazione lotte e vertenze qualificate che valgano a rovesciare il senso comune che decenni di ideologia neo-liberista hanno sedimentato anche in quella che dovrebbe essere la nostra base sociale.
Nasciamo per dar vita ad un movimento dichiaratamente antisistemico, che sia in grado di prefigurare e di lottare  per l’uscita dal capitalismo in crisi.
E’ su questa prospettiva strategica che fondiamo e motiviamo la nostra autonomia dal PD e dal neo-liberismo “temperato” che esso rappresenta. Per questo ci teniamo fuori, in questa fase, da una prospettiva di partecipazione ad un governo  di centrosinistra.
Rifiutiamo il gioco ingannevole dell’alternanza e del bipolarismo. Per meno, non varrebbe la pena di impegnarci: se volessimo assicurarci facilmente deputati ed assessori, tanto varrebbe entrare in SEL, frazione esterna (che punta a diventare interna) del centro-sinistra.
La crisi globale è più che mai aperta. Con il disaccordo permanente al G20, con prodromi di guerre commerciali e valutarie, che potrebbero sfociare alla lunga in guerre guerreggiate per il dominio del pianeta.
Prosegue, questa crisi, con il famigerato, rinnovato patto di stabilità, con la nuova Maastricht, “golpe finanziario”che avrà ripercussioni pesantissime sul nostro Paese per una decina di anni e di cui nessuno parla.
Che cosa, che non sia all’altezza di una crisi epocale, vogliamo costruire? Basta, è giusto attestarci  solo in difesa? A Termini Imerese, come altrove, vogliamo difendere l’occupazione, non certo la permanenza a tutti i costi dell’industria dell’auto. Quando sappiamo che nel mondo esiste nel settore dell’auto un eccesso di potenziale produttivo superiore del 40% alla domanda di mercato. Quando dovremmo farci portatori di un diverso modello di mobilità, specie urbana. Lo stesso discorso vale per gli altri “beni comuni”, spesso privatizzati:  energia, sapere , salute ecc.
Il tema della riconversione ecologica si impone: dobbiamo restare prigionieri del mito della grande fabbrica come fucina di classe operaia oppure battere il ricatto confindustriale sulla competitività attraverso la proposta di una riconversione?  Oppure parlare alla gran massa di forza-lavoro, frantumata, sparsa, precarizzata, schiavizzata?
E, soprattutto dopo Marchionne, non dobbiamo considerare come Federazione il sistema contrattuale  come un problema politico, e non solo sindacale, di prim’ordine? Rompendo così i ruoli prefissati tra sindacato e partito?
E come pensiamo di lottare per diminuire le iperboliche disuguaglianze sociali? Solo defiscalizzando gli oneri che gravano sul lavoro? Come pensiamo di contribuire alla riunificazione della forza-lavoro, se non attraverso un contratto nazionale, che abbia una sua componente salariale, sganciata dalla produttività? E’ tutto un ventennio di concertazione che dobbiamo lasciarci alle spalle. Il sindacato, salvo la FIOM, nella sua maggioranza, non è arrivato a questa conclusione, anzi va in direzione opposta. Possiamo essere noi i portatori di questa proposta, oggi inusitata, senza aver paura di schiacciare i piedi ai compagni sindacalisti.
Di tutto ciò non vedo traccia nel documento, pur così attento ai dettagli, come, del resto, del problema delle delocalizzazioni produttive, specie di quelle messe in atto da aziende che hanno avuto finanziamenti o facilitazioni da parte dello Stato.
Certamente, ci sono differenze tra noi, non credo che dobbiamo congelarle, se vale il principio di contaminazione, in analogia al movimento “no-global”. Metterle a fuoco vuol dire trasformarle in altro, queste differenze, far fare loro un salto di qualità, renderle proficue, come negli anni ’70 ci ammoniva il compagno Vittorio Foa.
Credo che dobbiamo partire da tre concetti-base per fare politica e per essere oggi anticapitalisti, per non fare dell’anticapitalismo mera propaganda, mentre nell’oggi si praticano obiettivi moderati. Anche, e soprattutto, per noi, forza alternativa, non vale il principio dei “due tempi”, praticato con esiti nefasti dai due governi Prodi.
La resistenza, anzitutto, eccome!: ma essa deve combinarsi col progetto e con una mobilitazione ( ad esempio, sui beni comuni)  che si connoti da subito in senso anticapitalistico.
Primo concetto-base ( che prende atto che  una lunga fase storica è finita e che quindi va rinnovata la “cassetta degli attrezzi”: non possiamo più leggere la realtà con gli occhi degli anni ’60 e ’70 del Novecento), vale a dire che lo sviluppo del capitale non comporta più automaticamente il formarsi del suo affossatore. La classe operaia nel mondo cresce quantitativamente, ma la controrivoluzione  capitalistica di Reagan e Thatcher, declinata in globalizzazione, non la costituisce di per sé in antagonista rivoluzionario.
Secondo concetto-base: prendere atto che il nesso strettissimo tra crisi ambientale (della biosfera) e crisi economica sistemica (non congiunturale) rende lo sviluppo quantitativo, misurato in PIL, puramente distruttivo: un mondo inondato di merci, spesso inutili, si traduce sempre più non solo in crisi sempre meno recuperabili dal sistema, ma in cumulo di rovine, per dirla con Walter Benjamin : “le rovine che chiamiamo progresso”.
Terzo concetto-base: concordare sul fatto che un mondo omologato, che distrugge la biodiversità, che conculca le differenze non può essere un mondo “democratizzabile”, bensì oligarchico, violento, maschilista: è in questo quadro che va declinata la lotta al patriarcato.
In breve, è il paradigma fin qui seguito, è il modello di sviluppo (industrialista, ma oggi soprattutto speculativo/finanziario) che è giunto al capolinea. E’ tutto un lessico che è ormai desueto e non più in grado di descrivere , di “narrare” il mondo, agli occhi delle classi subalterne: altre sono le parole  che sarebbero necessarie per reinventare la politica (e con essa la democrazia), una politica che non sia la gestione, per quanto illuminata e  razionale, dell’esistente.
Le parole da eliminare, come residuo ormai illusorio del XIX e del XX secolo sono: crescita, sviluppo ed anche  progresso/progressista, concetto illuministico e positivistico che presuppone una univoca e totalizzante linearità in avanti. Ed, invece, nel Novecento quanti “regressi” abbiamo avuto? Questo  vuol dire che cancelliamo la prospettiva socialista, comunista, che rimuoviamo come un inutile ingombro il Novecento? Esattamente l’opposto: l’emergenza  duratura, le guerre presenti e future (per beni scarsi: petrolio, acqua, uranio ecc.) chiama non all’uscita dalla crisi (come se il riformismo fosse ancora praticabile), ma all’uscita  dal capitalismo: che sarà un processo lungo, caotico, ma che è all’ordine del giorno. Solo noi oggi in Italia lo affermiamo a chiare lettere. Per questo dobbiamo liberarci del feticcio del governo, come priorità e discriminante politico: quel problema del governo istituzionale che è stato all’origine di tante scissioni nella sinistra radicale. Del resto, non c’è nel mondo chi afferma autorevolmente che si può indurre una trasformazione radicale “senza prendere il potere”?
Altro è il campo in cui dovremmo caratterizzarci: non come una componente tutta interna, assimilata al sistema politico, ma come una forza che cerca di praticare , attraverso il conflitto (ricordiamo lo sciopero politico preconizzato da Oscar Lafontaine, Linke tedesca), un progetto di società alternativo all’attuale, direi quasi una contro-società, che lavori ai fianchi, dentro e fuori, gli equilibri esistenti e che punti a conquistare un’egemonia culturale nella società, sradicando in tal modo tutte le forme, anche le più subdole, del berlusconismo.
Cero, c’è l’imperativo dell’unità a tutti i livelli: quella che cerchiamo di mettere in piedi come FdS è già una forma di unità, che deve però essere dinamica e non fossilizzata/blindata nelle differenze; quella con gli altri compagni della sinistra c.d. radicale su obiettivi di lotta che possiamo condividere, al di là della divaricazione dei progetti politici; unità nell’ambito della più vasta alleanza democratica, che ha per obiettivo di mettere fine al quindicennio di regressione e di imbarbarimento costituito dal potere di Berlusconi e della sua cricca.
Ma, va detto con altrettanto rigore, che per quanto riguarda la Federazione, l’unità non si può concepire come sommatoria dei mini-spezzoni organizzati esistenti. Un’unità tra sopravvissuti/residui, restia a farsi invadere e rivoluzionare da coloro che sono stati ricacciati ai margini, all’astensionismo elettorale e al disimpegno nascerebbe morta: non più che una “congrega di refrattari”, nella peggiore delle ipotesi, una sorta di intergruppi.
Questa interpretazione, volutamente “di tendenza” che mi sono permesso di dare al documento politico è tutt’altro che ideologismo, tutt’altro che una fuga in avanti. Non vogliamo, non possiamo coltivare un atteggiamento minoritario e settario, proprio perché vogliamo legarci alle contraddizioni di fondo che le grandi masse popolari vivono sulla loro pelle. Se questa Federazione funzionerà, ci aiuterà a  superare il settarismo e l’autoreferenzialità.
Il pericolo che vedo è piuttosto quello della doppiezza: anticapitalisti a parole, moderati (e quindi irriconoscibili e quindi non appetibili elettoralmente) nella pratica.
Vorrei ricordare ai nostalgici del PCI, ed anche a me che almeno affettivamente lo sono, che il PCI è morto di moderatismo e di incomprensione dei processi sociali che stavano imponendosi (l’una cosa si legava all’altra), molto prima che venisse sciolto nel 1991. Una sua riedizione sarebbe oggi improponibile, fallimentare. Non dobbiamo abiurare nulla del nostro passato, se non gli errori eventualmente commessi: ma, certo, i mattoni per costruire il socialismo del XXI secolo sono in larga parte da cercare.
Noi stessi, per agire in tal senso, dobbiamo cambiare le nostre coordinate mentali, il nostro immaginario simbolico. Grazie.

Giacomo Casarino
13 novembre 2010

You must be logged in to post a comment.